Project Description

Roma 13 febbraio 1888

Carissimo Fr. Lodovico

Accuso d’aver ricevuto la vostra lettera, la quale mi dava a cenni, buone notizie.
Della Quaresima dispenso dal digiuno, a riguardo della fatica, ma riguardo alla qualità dei cibi bisogna attenersi all’indulto della Diocesi di Milano: cioè quando è d’olio, e quando permette i latticini.

Di questo potete sentire il nostro caro Confessore Don Giuseppe, il quale me lo saluterete caramente; come pure i nostri fratelli, dei quali mi consolò la vostra dicendomi d’averli trovati tutti bene di animo e di corpo. Lo stracchino non l’abbiamo ancora ricevuto; anzi sono andato alla stazione a vedere, ma non vi è ancora nulla. Fatemi sapere quando si può piantare le viti e le altre piante; acciò possa mandare i taioli.
Qui nulla di nuovo! Tanti saluti al Don Peppino, Sig. Domenico, ed altri.

Vostro

Luigi Monti


Questa lettera del nostro Beato, scritta proprio nel tempo di Quaresima ci accompagna in queste ultime due settimane che ci separano dalla celebrazione della Santa Pasqua.
E’ importante leggere come Padre Monti stia attento a dare indicazioni precise sullo spirito penitenziale che caratterizza questo tempo liturgico, sopratutto perché possa portare ad un vero rinnovamento interiore e non solo a delle semplici osservanze formali. Per questo motivo dispensa dal digiuno i suoi religiosi, specialmente coloro che prestavano il proprio servizio in ospedale, infatti la fatica di assistere gli infermi era per loro già una penitenza.

La carità diventa quindi la prima forma di impegno per prepararsi alla Pasqua come ci ricorda il profeta Isaia: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.”

Il digiuno e l’astinenza – insieme alla preghiera, all’elemosina e alle altre opere di carità – appartengono, da sempre, alla vita e alla prassi penitenziale della Chiesa: rispondono, infatti, al bisogno permanente del cristiano di conversione al regno di Dio, di richiesta di perdono per i peccati, di implorazione dell’aiuto divino, di rendimento di grazie e di lode al Padre.

Nella penitenza è coinvolto l’uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l’uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l’uomo che pensa, progetta e prega; l’uomo che si appropria e si nutre delle cose e l’uomo che fa dono di esse; l’uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l’uomo che avverte l’esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini. Digiuno e astinenza non sono forme di disprezzo del corpo, ma strumenti per rinvigorire lo spirito, rendendolo capace di esaltare, nel sincero dono di sé, la stessa corporeità della persona.

Ma perché il digiuno e l’astinenza rientrino nel vero significato della prassi penitenziale della Chiesa devono avere un’anima autenticamente religiosa, anzi cristiana. Occorre, per questo, riscoprirne l’identità originaria e lo spirito autentico alla luce della parola di Dio e della viva tradizione della Chiesa.

Lo stile con il quale Gesù invita i discepoli a digiunare, insegna che la mortificazione è sì esercizio di austerità in chi la pratica, ma non per questo deve diventare motivo di peso e di tristezza per il prossimo, che attende un atteggiamento sereno e gioioso. Questa delicata attenzione agli altri è una caratteristica irrinunciabile del digiuno cristiano, al punto che esso è sempre stato collegato con la carità: il frutto economico della privazione del cibo o di altri beni non deve arricchire colui che digiuna, ma deve servire per aiutare il prossimo bisognoso: «I cristiani devono dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, è stato messo da parte», ci insegna il Magistero della Chiesa.
In questo senso il digiuno dei cristiani deve diventare un segno concreto di comunione con chi soffre la fame, e una forma di condivisione e di aiuto con chi si sforza di costruire una vita sociale più giusta e umana.

Anche all’interno del nostro Paese, dove permangono e «per certi versi si accentuano acute contraddizioni, come le molteplici forme di povertà, antiche e nuove», la Chiesa si sente interpellata a rivivere e riproporre, nello spirito del vangelo della carità, la pratica penitenziale come segno e stimolo concreto a farsi carico delle situazioni di bisogno e ad aiutare le persone, le famiglie e le comunità nell’affrontare i problemi quotidiani della vita.

Il nostro Beato Fondatore aveva capito bene che la prima forma di penitenza è il mettersi al servizio. Lui stesso dimenticava le sue esigenze personali per far spazio a chi era nel bisogno: un esempio fu quando invitò i suoi religiosi a rinunciare al proprio materasso per donarlo ai malati dell’ospedale Santo Spirito.

Possiamo dire che il suo stile di vita divenne un continuo digiuno dall’egoismo e dal ripiegamento su di sé. Sarà bello per noi, suoi figli spirituali, concludere la Quaresima ed aprirci alla gioia della Pasqua, chiedendo al Signore di farci uscire dai sepolcri che spesso ci costruiamo, iniziando un nuovo cammino di apertura ai fratelli e di testimonianza gioiosa del Cristo Risorto attraverso la carità.