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La pro-vocazione della fraternità (2)

PRIMO PASSO

  1. Scegliere la fraternità

Luigi Monti vive in una stagione turbolenta, sull’onda della rivoluzione francese e delle teorie dell’illuminismo che mettevano a dura prova un modello di società che si ispirava al “mondo vitale” cristiano. Nonostante tentativi di restaurazione, pensati come argine a cambiamenti che potevano demolire valori radicati nel popolo, lo tsunami culturale fu impetuoso e travolgente.

A Milano, come in tutto l’impero austroungarico, era difficile fondare nuove comunità di vita consacrata a causa delle limitazioni imposte da Vienna nella stagione del giuseppinismo. Una diffusa spiritualità promossa dal ‘movimento’ denominato giansenismo, elitario e rigorista, considerava la salvezza come fatto individuale del credente piuttosto che comunitario.

Insomma, Luigi e compagni sono in un drammatico vortice culturale e religioso, conflittuale con la loro origine contadina o artigiana e quindi prevalentemente legati alla tradizione. Senza trascurare che la grande città lombarda, situata a pochi chilometri da Bovisio, faceva sentire il suo ‘rumore’ anche nella vicina campagna, che peraltro cominciava ad essere toccata dalla prima rivoluzione industriale.

Radunare attorno a sé i coetanei per una comune esperienza di fede giovanile, era pratica poco diffusa e, probabilmente, come abbiamo visto, perfino ostacolata. Iniziavano proprio in quegli anni i primi esperimenti di oratorio (centro giovanile cattolico), che avrebbero avuto sviluppo nella diocesi di Milano, come pure a Brescia con il canonico Pavoni  e poi a Torino con il sacerdote don Bosco. Queste esperienze avevano sempre a capo un prete.

I compagni di Luigi si radunano invece in casa di lui, che è un giovane leader laico, sostenuto dall’amico sacerdote don Luigi Dossi. Pure questo prete ‘copia’ l’iniziativa e promuove una Compagnia nella sua parrocchia. I ragazzi partecipano con fervore alla vita delle loro comunità parrocchiali e si sentono attratti dalla possibilità di stare insieme per conoscere più da vicino Gesù, la sua vita e il suo messaggio. Emerge tra di essi un grintoso protagonismo ecclesiale, possibile anche per dei giovani e non solo per gli adulti. E i giovani, come conferma la storia, nelle fasi di passaggio vedono sempre più in là. L’obiettivo di una vita santa per i compagni  del Monti è un impegno comunitario. La fraternità è per loro una scelta e, via via, uno stile di vita. Quando si è attratti da qualcosa che appassiona, non se ne può scappare: i desideri guardano lì, dove si trova il gusto della vita. E si è disposti a fare sacrifici.

  1. Sequela

“Seguire Gesù è proseguire la sua opera, perseguire la sua causa e conseguire la sua pienezza”, scrive il teologo brasiliano Leonardo Boff. La sequela diventa per i cristiani la forma che dà attuazione e concretezza storica alla liberazione di Dio.

Per il gruppo di Luigi il progetto di seguire Gesù non può essere privo di una certa visione utopica, tipica dell’età giovanile, spinta da quel richiamo intimo e condiviso a realizzare ciò che di più bello Dio desidera per l’uomo: la libertà e la gioia dello stare insieme, in una continua ricerca di perfezione. Tra i compagni  si fa strada l’idea di una vita fraterna in comunità, con ideali che possano essere praticati anche in famiglia. Così fu per alcuni di loro, tra i quali Giuseppe Ghianda, fabbro, con moglie e figli, che una ventina d’anni dopo gli scriveva: “caro Luigi, mi pare ancora di essere un frate e di avere i voti”. Certo, non pensava ai voti di castità povertà e obbedienza come rinuncia e tantomeno come privazione, ma a consigli evangelici per una vita di gioia e di libertà, consigli per tutti, religiosi e laici. Siamo nella preistoria di un carisma, anticipando di cent’anni il riconoscimento vaticano che i consigli evangelici possono essere vissuti nella condizione secolare ( Provida Mater Ecclesia,  1947). Riconoscimento che – è stato detto autorevolmente – aveva anticipato la riflessione dei teologi: ne consegue che il popolo di Dio, addirittura attraverso un gruppo di giovani, ha saputo davvero guardare avanti!

La vita consacrata costituisce il più grande movimento sociale e religioso dell’umanità. Essa ha caratteristiche  davvero uniche: lo sviluppo storico lungo due millenni, il manifestarsi anche in altre esperienze religiose non cristiane, la diffusione capillare, l’attrazione avuta in qualunque classe sociale, la pluralità delle forme, la vastità degli scopi di fondazione, il livello quantitativo e qualitativo raggiunto dalle opere realizzate, l’innumerevole schiera di santi…

C’è, dunque, qualcosa di originale e straordinario in questa forma di vita che, oggi, chiede di essere riportata alla sua essenzialità, superando l’idea riduttiva che la vita religiosa sia uno “stato di vita” nella Chiesa, invece che uno “stile di vita” carico di profezia, di semplicità, di fraternità, di creatività… con una forza carismatica che le imprime un’evidente paradossalità sia sociale (“guarda come si vogliono bene!”) che escatologica (“fedeli al mondo senza essere del mondo!”).

  1. Un luogo per provare

I sedici compagni vengono sbattuti in carcere.  Siamo nel 1851. Un fatto clamoroso, che è stato interpretato come conseguenza dell’atteggiamento repressivo della polizia austroungarica di fronte aimoti risorgimentali italiani (il contesto era indubbiamente quello). In realtà, la denuncia alla polizia la fecero tre preti coadiutori delle parrocchie locali che, in quegli ospiti serali del laboratorio di falegnameria del giovane Luigi, non vedevano tanto dei carbonari, quanto degli impertinenti cristiani laici. Per di più giovani, e quindi non autorizzati a comportarsi da adulti.

Radunarsi in casa di uno di loro per vivere l’esperienza di fede sfiorava un rischio evidente: di costituire un modello sovversivo di chiesa; e tale veniva interpretato anche dal potere politico.

Il carcere è una delle esperienze più estreme che si possano vivere. Grandi personaggi della politica, dell’arte e della fede hanno vissuto in carcere momenti determinanti della loro esistenza. Tra tanti: san Francesco d’Assisi e sant’Ignazio di Loyola.  Ha scritto Emmanuel Mounier, rinchiuso per qualche tempo in cella: “sono profondamente orgoglioso di essere passato da qua. Manca ad un uomo non aver conosciuto la malattia, l’infelicità o la prigione”.  Per Luigi e compagni la carcerazione di settantadue giorni in un unico stanzone rappresenta la prova generale su come si vive la fraternità. Lo comprende bene la gente di Desio, che si dice meravigliata per il modo  evangelico con cui essi vivono quella straordinaria e sofferta condizione nella prigione locale.

Il giovane Monti si sente dunque stretto in una morsa: da una parte la chiesa, dall’altra lo stato. La sua risposta è auto-sovversiva, poiché non si adegua all’ideologia delle istituzioni, ma nemmeno le sfida come nemiche. Preferisce semplicemente sorpassarle con una scelta interiore radicale. Uscendo dal carcere ricomincia l’avventura, oltre ed altrove: a Brescia porta con sé alcuni compagni, si unisce ad una nuova comunità (i “Figli di Maria Immacolata”) e continua la sua incessante ricerca sulla vita fraterna.

In quegli anni arriveranno altre prove a rafforzare le sue motivazioni per un amore senza riserve: nel 1855 Luigi si chiude nel lazzaretto della città ad assistere i malati di colera. Da lì si poteva uscire solo morti. Lui uscì sano, perché nel frattempo il morbo si era spento.

Due anni dopo lo troviamo a Bussolengo, nel veronese. Sperimenta quella che per i mistici è “notte oscura”, una sfida con se stessi di fronte ad un Dio che appare lontano. Aveva fatto i voti a Dio e alla Santissima Vergine, ma si trovava – come si legge in una testimonianza – in situazione disperata, combattuto da gagliarde tentazioni. Aveva perso il gusto della preghiera e lo stimolo di ogni rapporto personale con Dio: «l’abbattimento del mio spirito non era più sorretto da nessuna consolazione, né umana, né divina. Solo, e in preda ai miei tristi pensieri, ero caduto in un estremo avvilimento. Passavo ore e ore dinanzi a Gesù Sacramentato, ma erano tutte ore senza una stilla di celeste rugiada. Il mio cuore rimaneva arido, freddo, insensibile. Ero proprio sul punto di abbandonare ogni cosa».

Fr. Ruggero Valentini