Project Description

La pro-vocazione della fraternità (1)

Preludio

  1. Come alle origini

Siamo nel 1842. Il ragazzo avverte un impulso che lo spinge all’azione. Non è ancora maggiorenne. Corre spedito verso un santuario poco lontano da Milano. Là, a Rho, dopo un confronto con padre Angelo, decide di farsi santo e di condurre una vita regolare.

Già da questo spunto la storia inizia male. A chi interessa parlare di santità? O di vita regolare? E riferite poi ad anni così lontani e così diversi dai nostri. Ma quella storia continua ancora oggi.

Il nostro ragazzo torna a casa e decide di radunare i coetanei nel suo laboratorio di falegnameria. Soprattutto la sera, dopo il lavoro. Il gruppetto cresce: imparano a stare insieme, cantano, pregano, fanno volontariato, pensano a scelte importanti per la loro vita. Ma cominciano a dare fastidio. Dieci anni dopo accade un fatto da prima pagina. A Milano – siamo in epoca asburgica – la polizia è in fibrillazione per l’arrivo dell’imperatore Francesco Giuseppe e non vuole situazioni a rischio, visto che in città pochi anni prima c’erano già state “cinque giornate” di casino.

Alcuni preti erano diventati nervosi per le attività di quei ragazzi, che per loro cominciavano ad essere troppi e troppo impegnati. Quel giovane leader poi, non era nemmeno prete. Non aveva sangue blu, non aveva studi, non era ricco. Perché i coetanei gli andavano dietro? Mica era san Francesco! Parte da qui una loro denuncia alla polizia, che non aspettava altro.

Il gruppo fu catturato e chiuso in carcere per più di due mesi. La gente rimase incredula, perché quei ragazzi erano stimati.  Li chiamavano “Compagnia dei frati”. In effetti volevano vivere da fratelli, ma l’idea di farlo nella forma di una comunità consacrata era soltanto un sogno di alcuni e la realizzazione appena abbozzata. Sicuramente tutti erano attratti da quell’ideale.

Non erano passati molti anni dalla rivoluzione francese che poneva la fraternità come valore accanto a libertà e uguaglianza. Gli avvenimenti successivi, purtroppo, avevano smentito le buone intenzioni, tra un susseguirsi di violenze e guerre, ideologie e contraddizioni. L’ideale di fraternità, tuttavia, calzava bene per dei giovani che si ispiravano al messaggio evangelico. Da sempre nella chiesa piaceva quellostile di vita, continuando, nel tempo, a suscitare nostalgia. Fin dalle origini, infatti, i cristiani “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna; stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa, prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo; avevano un cuore ed un’anima sola;  nessuno osava associarsi a loro ma il popolo li esaltava e accorreva portando malati e tutti venivano guariti” (Atti degli apostoli).

  1. La fraternità che piace

Piace non solo ai cristiani. Senza citare esempi a noi più recenti – nei quali la fraternità è presentata come motivo di vera attrazione (e frequenti fallimenti) – basterà riferirsi alla vicenda del giovane Agostino, noto come il santo autore delle Confessioni. Siamo nel IV secolo dopo Cristo. Ci aveva provato pure lui, insieme ad altri coetanei pagani. Egli racconta: “avevamo progettato, discusso e quasi deciso di ritirarci a vivere lontano dalla folla”. Descrive pure come avrebbero regolato la gestione dei beni materiali, ma “l’intero progetto, così ben formulato, ci andò in pezzi quando si venne a considerare se le ragazze, che alcuni di noi avevano già in casa e che noi desideravamo prendere, avrebbero dato il loro assenso”.

Anche per i giovanotti della “Compagnia dei frati” il progetto stava prendendo piede, affiancati dalla Compagnia delle ragazze. Da anni ormai conducevano una vita fraterna e alcuni avevano cominciato a stare insieme in comunità. Fu l’inattesa esperienza del carcere a mandare tutto all’aria, senza tuttavia segnare la fine di quell’ideale. Anzi, fu una tappa decisiva. Sant’Agostino ebbe a dire, rileggendo alla luce di Dio i suoi anni giovanili: “tornammo ai nostri sospiri, ai nostri gemiti, ai nostri passi sulle strade ampie e battute del mondo, poiché molti pensieri passavano nel nostro cuore, mentre il Tuo disegno sussiste eternamente. Dall’alto di quel disegno deridevi le nostre decisioni e preparavi le Tue, attendendo di darci il cibo al momento opportuno” (Confessioni VI 14, 24).

È impossibile sottrarsi all’aspirazione di una vita fraterna, specialmente in età giovanile. Essa nasce dal profondo bisogno umano di vivere l’esistenza come dono, in una relazione calda con gli altri, giungendo perfino a pensare forme di convivenza capaci di sfiorare l’utopia. Tutti proviamo slanci e resistenze interne, tutti incontriamo ostacoli, a volte da parte di chi ci sta più vicino. Coloro che sono riusciti a proseguire in quest’avventura hanno conseguito un risultato insuperabile di profezia. Sono esperienze di minoranza e, se restano tali, continuano a contagiare altri mantenendo viva nella comunità umana una dimensione essenziale alla sua piena realizzazione.

  1. Il progetto di Dio sul mondo

Anche se Dio non esistesse, uomini e donne vogliono questo mondo più fraterno. Di sicuro lo vogliono i bambini, che peraltro non dubitano dell’esistenza di Dio. Comunque sia, ci piacerebbe sapere quale progetto abbia Dio sul mondo perché, se non l’avesse, sarebbe un dio senza cuore. Se la lascia andare priva di un senso la storia, cioè il mondo, finirebbe col non piacere a nessuno. Infatti, quando le cose vanno male, ci lamentiamo con Lui: “Ma Tu, dov’eri?”. Dio non fa il burattinaio con noi. A ciascuno la propria responsabilità. Lui, comunque, ha giocato tutto; anzi, il massimo: da Padre che era, si è fatto Figlio e quindi nostro Fratello. Il suo Santo Spirito è occupato a tempo indeterminato a tenere vivi questi rapporti.

La vocazione del mondo è la fraternità. Non c’è altra ipotesi più pratica di questa. Amare o scomparire. La pace, la solidarietà, la responsabilità, la cooperazione e la tenerezza sono possibili se c’è anelito di fraternità. Tutte parole al femminile: avrà pure un perché, trattandosi di una caratteristica di genere che non è un prodotto culturale studiato a tavolino. Fa la differenza. La fraternità è donna. Infatti, le donne sono protagoniste di gesti che segnano la storia di tenerezza generativa. “Eccomi”: da questa risposta è sbocciata la vera fraternità nel mondo. Una giovane donna, di nome Maria, di fronte alla pro-vocazione del suo Dio, gli risponde all’accusativo, affermando così l’ardito proposito di farsi oggetto, di darsi, di amare abbandonandosi.

Il progetto di Dio sul mondo, la fraternità universale, si comprende in dissolvenza con lo scandalo della croce. Non è bastato, per Lui, farsi uomo. Ci voleva anche un’ingiusta condanna e un’indegna morte.  Così Cristo è divenuto “il fratello” di tutti coloro che di fronte a qualunque tipo di male potrebbero soccombere. Questa fraternità estrema disturba. In un mondo in mano ai forti il messaggio della fraternità non è politicamente corretto, meglio confinarlo nelle illusioni di alcuni: via i crocifissi e che Cristo tolga il disturbo. Peccato davvero, perché la fraternità di Gesù è sale e luce per la terra.

Fratel Ruggero Valentini